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Berluspinning. Il premier come trainer #2

ottobre 5, 2009

di Giorgio Vasta

Deduzioni e teorie
È evidente che l’ecosistema attraverso il quale il gruppo di spinner si sta muovendo non aderisce a regole biologiche, discendendo piuttosto dall’apparato retorico di immagini cosiddette suggestive e pittoresche che è patrimonio di ogni trainer di calibro.
Tutto questo ci porta nel cuore del fenomeno spinning.
Lo spinning è essenzialmente un’attività che pone come condizione centrale – come patto ineludibile, potremmo dire, e oseremo spingerci fino a parlare di contrattola dissimulazione del dato di realtà. O, meglio, una interpretazione dissimulatrice del dato di realtà.
Nei trenta minuti trascorsi ancorato alla cyclette, accartocciato e rantolante, con la spina dorsale che crepitava e la muscolatura striata che dissolveva in fiocchi di cotone, io ero di fatto chiuso all’interno di un seminterrato. Sentivo caldo, sentivo puzza. Intorno a me c’erano altre dieci persone che si accanivano sui pedali e sul manubrio modificando l’impugnatura e la frequenza della pedalata, risollevando le spalle a un segnale del trainer o riaccoccolandosi a conchiglia quando si doveva scendere in picchiata lungo una forte pendenza.
Ora, io dico «scendere in picchiata», dico «forte pendenza», e nel dirlo visualizzo le condizioni orografiche che il trainer evocava man mano, ma se vengo fuori dall’incantamento e mi concentro bene sono certo che non c’era niente di tutto ciò. Ero chiuso in un seminterrato insieme ad altre dieci persone sudate e stanche come me, intorno a noi solo specchi appannati, la musica a tutto volume nelle orecchie che passava da una frequenza all’altra, la puzza stretta nel naso, il cuore che batte a casaccio, un senso di collasso incipiente, in via San Massimo 40d, a Torino, tempo fa.
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BerluSpinning. Il premier come trainer (I parte)

settembre 30, 2009

Riportiamo un pezzo di Giorgio Vasta apparso qualche anno fa su Nazione Indiana, e tuttavia ancora spaventosamente attuale.

di Giorgio Vasta

Ci sono retoriche – anche retoriche politiche e di configurazione sociale – che si incarnano in un’attività fisica, in un impegno muscolare e agonistico. Lottare, ad esempio, oppure correre, tirare di scherma, pedalare.

Per la prima volta ne ho sentito parlare tre anni fa. Mi ero iscritto a una palestra a due passi da casa – economica, scalcinata, essenziale. Quello che mi serviva. Desideravo recuperare un po’ di forma, di tono muscolare, un minimo di elasticità, di postura, eventualmente persino vigore. Prima dei fisiologici prolassi, del crollo dei pannicoli, della disgregazione delle adipi. Avevo bisogno di stancarmi fisicamente per dormire meglio la notte e per favorire la digestione.
Avevo fatto l’iscrizione base, quella che ti permette soltanto l’utilizzo della sala attrezzi, rinunciando così a tutte le altre attività, dal tone up al tai-chi al cosiddetto gag (gambe addome glutei). Prevedevano orari precisi, lavoro di gruppo, la presenza di un istruttore. E poi, al di là di questo, mi imbarazzavano in sé, mi davano la sensazione di un coinvolgimento eccessivo, di affiliazione. Preferivo un’attività più solitaria, persino introversa, crepuscolare.
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