Posts Tagged ‘Treccani’

Il “classico” oggi

gennaio 29, 2010

Questo articolo è uscito ieri sul Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Gli Anni Zero si sono conclusi e siamo già entrati in un nuovo decennio. Passato un intermezzo congestionato da guerre e crisi mondiali, ci siamo ritrovati pienamente inseriti nel ventunesimo secolo. Il Novecento, con tutto il suo bagaglio culturale e politico, è ormai definitivamente percepito come un’era passata, con cui – certo – continuare a interagire criticamente, ma ormai nella distanza.
Siamo entrati dunque negli Anni Dieci (…). Gli Anni Dieci del secolo scorso sono stati anni tremendi (la Grande Guerra, la rivoluzione bolscevica, la pace di Versailles, il ’19…), ma anche anni culturalmente turbolenti. E i nostri Anni Dieci, come saranno?
A organizzare una prima mappatura del nuovo tempo ci pensa una monumentale opera della Treccani: XXI secolo. Sei volumi, 80-85 autori per tomo, 4.200 pagine. Il primo volume, Norme e idee, intende studiare «lo stato di incertezza e di crisi che sembra caratterizzare il mondo dei valori tradizionali, delle istituzioni e della società civile». Così si legge nella presentazione del piano dell’opera, che poi continua in tal modo: «Sotto l’impeto dirompente dei processi di globalizzazione e delle tecnologie sono messi in discussione i fondamenti del diritto, le strutture della società civile, il concetto stesso di persona».
Di questo primo volume segnaliamo un saggio in particolare, che appare oltremodo illuminante: Il “classico” oggi di Luciano Canfora.
Con la sua consueta lucidità, Canfora coglie un passaggio determinante del nuovo tempo, una costante sotto traccia che prova a disvelare: il ritorno dei modelli e degli archetipi classici lasciati in ombra nel ventesimo secolo. Dopo il declino delle «rivoluzioni culturali» degli anni sessanta e settanta, dopo il crollo delle ideologie che avevano retto il dibattito pubblico a lungo, e soprattutto dopo il collasso del socialismo reale, sono oggi potentemente ritornate alla ribalta «forme di pensiero, concetti e questioni che il ‘moderno’ conflitto novecentesco sembrava aver archiviato».
(more…)

Alla ricerca di una lingua per la fiction (I parte)

novembre 19, 2009

Un articolo di Francesca Serafini, script editor televisiva e storica della lingua italiana; già apparso sul sito della Treccani, il pezzo analizza in maniera approfondita il linguaggio della fiction televisiva. Essendo parecchio lungo, lo abbiamo diviso in due parti.

di Francesca Serafini

1. Il patto leonino

Quando parliamo di lingua della fiction televisiva, con riferimento evidentemente a quella dei dialoghi, dobbiamo sapere fin da subito di avere a che fare col risultato di una serie di passaggi di lavorazione – una trafila costituita da trattative a volte estenuanti – che dalla pagina scritta conduce la storia e i personaggi alla rappresentazione. E in cui quindi anche le responsabilità delle scelte linguistiche, nel bene e nel male, sono variamente distribuite fra l’autore (o gli autori, come più spesso capita in ambito audiovisivo) che ha scritto la prima versione del testo; il produttore che l’ha commissionato; il regista e gli attori che lo hanno messo in scena; il montatore che inopinatamente in post-produzione ha stabilito tagli o giustapposizioni che a volte possono arrivare a cambiare il senso di una battuta o di un intero scambio (e dunque di una scena). Non intendo con questo prendere le distanze da ciò che ho firmato ed è andato in onda, ma di raccontare dall’interno e in modo neutro (perché lungo il percorso il testo può essere, a seconda dei casi, peggiorato o migliorato) lo stato delle cose nella filiera produttiva di un’opera, come quella televisiva, per sua natura «collettiva», diversamente da quella letteraria.

Forse per questo, prima ancora di entrare nel merito della mia esperienza, può essere utile soffermarsi, in antitesi, su un caso letterario, per giunta estremo. Quello di Gesualdo Bufalino, che per lungo tempo ha scritto principalmente per sé – per il suo gusto e la necessità di tenere a bada i propri dèmoni – e che per questo si è potuto permettere il lusso «d’una lingua archeologica, defunta, obbediente a un disegno di restaurazione signorile, di un recupero del registro alto» (per usare le sue stesse parole). Il primo frutto della sua ruminazione solitaria è il romanzo Diceria dell’untore, originariamente non destinato alla stampa (Bufalino comincia a scriverlo negli anni Cinquanta, con continui abbandoni e ripensamenti, dedicandosi nel frattempo, come sua attività principale, all’insegnamento). Quando nel 1981, all’età di sessantuno anni, cedendo finalmente alle pressioni affettuose di Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio, Bufalino vince le sue riluttanze e si decide a pubblicarlo, sente l’esigenza di distribuire almeno fra gli amici un breve antetesto-paratesto di accompagnamento (ripreso successivamente nelle edizioni Bompiani) in apertura del quale si legge:
(more…)