Posts Tagged ‘Twin Peaks’

I segreti di Twin Peaks (II parte)

settembre 19, 2009

di Paolo Pecere

3. Si tratta di un’ipotesi, forse astrusa. Ma per metterla alla prova, o almeno capirla meglio, si deve almeno mettere a fuoco questo rapporto interno realtà-finzione proprio del cinema di Lynch (che tuttavia, si è visto, pare riflettere, nei suoi termini storicamente contingenti, una più generale caratteristica del rapporto realtà-finzione, dalle pitture murali e i rituali d’iniziazione delle cosiddette civiltà primitive al moderno feticismo dell’opera riproducibile: cioè la tendenza al collasso della distinzione tra attori, personaggi e spettatori). Si è detto che – a prescindere da un diversamente demarcato filtro ironico – un rapporto analogo legherebbe gli spettatori televisivi nel film, che vedono Invito all’amore, e gli spettatori esterni allo stesso film. Si tratta di un compiacimento compulsivo, si direbbe quasi chimico, per il dipanarsi di rapporti inverosimili, ma soprattutto per le loro componenti puramente sensibili, a dispetto del carattere solo abbozzato dei personaggi – come se questi dovessero necessariamente sfumare sullo sfondo, più vistosamente di quanto accada nelle comuni fiction, meno trasparenti o meno consapevoli dei propri meccanismi.
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I segreti di Twin Peaks (I parte)

settembre 18, 2009

Prima di Lost e Six Feet Under, e di Sopranos e Dottor House e degli altri telefilm per i quali sono state scomodate in maniera piuttosto maldestra parentele con Dickens e con Balzac (mentre magari trattasi di epopee audiovisive realizzate finalmente bene, cioè tutta un’altra cosa), alla base dell’ultima rivoluzione del piccolo schermo, dicevamo, c’era stato Twin Peaks di David Lynch. Per molti versi, credo sia ancora un’esperienza insuperata. La serie arrivò in Italia nel 1991, e se la pochezza delle nostre emittenti continua a generare scandalo e frustrazione – di fronte all’ABC di Twin Peaks o alla danese DE che produsse Kingdom di Von Trier o alla tv polacca che fece la stessa cosa per il Decalogo di Kiéslowski, il nanismo creativo di Rai e Mediaset per così dire giganteggia – è forse ancora più eclatante il modo in cui un prodotto televisivo molto più che coraggioso come Twin Peaks (leggi: rivoluzionario) riuscì a catturare un pubblico inaspettatamente vasto. Tanto per dire: nella mia scuola eravamo in pochi a maneggiare un libro di letteratura più di due volte l’anno ed era difficile che andassimo a cinema per vedere qualcosa di diverso da Rocky o Dirty Dancing. Eppure, le ragazze del liceo scientifico in cui passavo le mie giornate a un certo punto erano tutte innamorate dell’agente Cooper, e i maschi già partivano alla ricerca della propria Laura Palmer.
A distanza di vent’anni, il mistero di
Twin Peaks resiste. Così, quando qualche tempo fa mi sono imbattuto su questo bel saggio di Paolo Pecere pubblicato su  Il caffè illustrato, ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto metterlo a disposizione dei lettori a cui fosse sfuggito. Adesso esiste questo blog e dunque provo a farlo, dividendo per comodità di lettura il pezzo di Pecere in due parti.

PRIMA PARTE

Twin_peaks_definit1. È forse una tendenza solo affettiva, legata alle circostanze del particolare ambiente in cui si vive, quella di considerare importanti dei fenomeni culturali del passato, per esempio delle opere, che si considerano d’altra parte scadenti. Si tratta di un attaccamento indiretto a esperienze tipiche di un’età e come tali irripetibili, o anche solo alla possibilità di quelle esperienze, alla loro potenzialità che magari non si è affatto dispiegata. Talvolta, forse, la simpatia amara per certe opere – canzoni, film, statuette di un folklore divenuto patacca – è legata proprio a quel rimpianto per certi versi inevitabile con cui si rievoca il mondo in cui quelle opere si sono incontrate. Come se, riafferrando i versi triviali di un ritornello o la battuta involontariamente comica di un personaggio, si potesse riscattare almeno in parte la potenzialità di quelle ore, la sua apertura indeterminata. Guardando l’opera si mira a tutt’altro, tanto che l’opera risulta al limite superflua, e come l’oggetto di un’ossessione può apparire agli occhi di un terzo privo di connessione alcuna con la passione dell’ossessionato, così si può supporre che quest’esperienza risulti ermeticamente contenuta in un ambiente generazionale, e con essa l’opera sia destinata a cadere come un frutto secco e, quale nastro ammutolito negli archivi, ritornare prossima alla polvere.
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