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Intervista a David Simon

maggio 1, 2010

di jesse pearson

Domenica 11 aprile ha debuttato su HBO Treme, la nuova serie di David Simon. Simon è considerato uno dei più importanti autori-produttori americani dopo aver realizzato The Wire, riconosciuta da molti come la serie più «spessa» degli anni duemila – D.F. Wallace si è spinto a dire che rappresentava per lui quanto di meglio si potesse trovare, in termini di scrittura, negli USA. Alla serie sono stati dedicati corsi universitari a Berkeley e ad Harvard, interessati ad esplorarne tanto la scrittura quanto la riflessione sociologica e politica. Alla faccia del telefilm.
Dopo attese e rimpianti per la sua chiusura alla quinta stagione, è arrivata la nuova creatura di Simon. Ambientata nella New Orleans post-Katrina (pochi mesi dopo il Disastro), Treme ha per protagonisti un gruppo di musicisti (Treme è il quartiere dove è nato il jazz) e si propone di raccontare la città attraverso le loro vite. Di seguito riportiamo una lunga intervista a David Simon pubblicata (insieme a molte altre cose interessanti) all’interno del Quarto annuale di narrativa di Vice.
Ah, l’intervista contiene importanti spoiler su The Wire.

Prima di The Wire, David Simon era un reporter del Baltimore Sun. Durante questo periodo, scrisse due libri meticolosamente documentati e profondamente umani riguardo alla sua città. Homicide (Giano, 2010) è il risultato di un anno speso con la squadra omicidi di una città in cui uccidere sembra essere uno dei modi migliori per trovare lavoro. The Corner: A Year in the Life of an Inner-City Neighborhood (1997) è invece il risultato di un anno trascorso tra famiglie, tossici e spacciatori di una delle zone più malfamate di Baltimora. Homicide ha portato alla lunga serie Homicide: Life on the Street, che non era male, meglio di tanti altri polizieschi, ma in fondo non era altro che un poliziesco. The Corner invece è confluito in una miniserie della HBO che era un diretto antecedente di quello che sarebbe stato poi affrontato in The Wire.
Dopo The Wire, Simon ed Ed Burns, un ex-poliziotto e insegnante di Baltimora, hanno adattato il libro di Evan Wright, Generation Kill in una miniserie per la HBO. La serie rappresenta la documentazione più efficace mai prodotta sulla vita quotidiana di un marine nell’attuale guerra in Iraq.
E adesso, oggi, Simon sta girando a New Orleans la sua nuova serie per la HBO. È intitolata Tremé, e dicono che parli vite dei musicisti locali, ma abbiamo la sensazione che sarebbe come dire che The Wire parla del commercio di stupefacenti. Sicuramente è partita da quello, ma data l’ossessione di Simon per la città americana e il decrescente valore istituzionale della vita in quel grande Paese che è l’esperimento americano, diamo quasi per scontato che Tremé avrà la stessa portata e lo stesso impatto di The Wire. In altre parole, ci piacerebbe essere ibernati fino al giorno del debutto di questa serie. Scusate, ma non ci stiamo dentro.
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La scuola di D. Barthelme

marzo 15, 2010

di Fabio Guarnaccia

Donald Barthelme e George Saunders
Dove il secondo parla del primo all’interno di un simposio a lui dedicato, nello specifico di un racconto, La scuola, che in Italia mai s’è visto. E che minima&moralia, grazie a Vice, vi presenta.
Saunders racconta di ricorrere a Barthelme nei suoi corsi di scrittura creativa quando, disperato, chiama in gioco il famoso/abusato triangolo di Freitag. Nello specifico quel cateto che rappresenta la cosa più difficile di tutte, ovvero il rising action di un’opera narrativa. Inutile dire che è anche la più ovvia: se l’azione non monta, tutto muore. E qui entra in gioco il brevissimo La Scuola, un racconto fondato su uno schema che in pochi paragrafi riesce a sorprendere anche il lettore più esigente. Dove tutto muore per davvero in un crescendo che sposta sempre più in là i termini e gli oggetti dell’effimero.
Avviso per il lettore: da qui in avanti si svela il racconto, per non uccidere il piacere della lettura salta questa introduzione e lasciati stupire.

Tutto muore, dunque. Muoiono gli alberi piantati dai bambini, muoiono i serpenti, muoiono le verdure negli orti, muoiono i criceti e muoiono ovviamente i pesci tropicali, muore persino un cagnolino. E questo pattern potrebbe andare avanti fino alla progressione ultima dell’implosione dell’universo o finanche alla morte del Creatore, se Barthelme non rompesse la logica dello schema, ponendo subito dopo la morte del cucciolo quella di un orfano coreano adottato a distanza dalla classe. Un bambino come gli altri. Solo coreano e orfano, e adesso morto. Saunders sottolinea questo passaggio: «Parte del piacere legato all’arte, sicuramente a quella di Barthelme, riguarda il semplice gusto di vedere l’artista comportarsi in modo coraggioso», e ancora: «Barthelme rifiuta la logica stessa del pattern che ha definito… egli sa che lo schema è solo una scusa per lasciare che la storia compia il suo lavoro più importante, che è dare al lettore una serie costante di piaceri che lo spingano avanti nella lettura». In poche parole, l’autore compie un salto di livello che apre nuove praterie da correre in lungo e in largo falciando tutto quello che capita a tiro: insegnati, genitori, compagni di scuola. Quando si racconta una barzelletta, l’ascoltatore sa per certo che arriverà il momento della battuta, se non arriva la barzelletta è brutta e chi l’ha raccontata fa pena.
E adesso? Come procederà Barthelme? Come si tirerà fuori da questo pasticcio nel quale si è cacciato?
Con i bambini e con nuovi salti quantici.
Perché i bambini sono curiosi e preoccupati, sono ormai certi che la loro scuola porti sfortuna. E allora chiedono dove sono finiti tutti gli alberi, i serpenti, i cuccioli, i papà e le mamme che sono morti. «È la morte che da senso alla vita?», chiedono. Quelli che fino a poco prima erano solo bimbetti adesso sono piccoli uomini che si esprimono con una profondità inaudita: «Ma la morte, considerata come riferimento fondamentale, non è forse il mezzo grazie al quale la prevedibile futilità del vivere quotidiano si può trascendere in direzione di…» Altro salto di livello. Un salto vertiginoso perché adesso ci aspettiamo di tutto, persino Heidegger. Ma il discorso abbandona subito queste vette e un altro salto ci attende: gli studenti chiedono al maestro che faccia l’amore con Helen.
Helen? Chi è Helen? Helen è la sua assistente, e da quello che il narratore scrive capiamo che Helen vorrebbe davvero fare l’amore con lui. Ci dice Saunders: «Fino a poche righe prima non sapevamo neanche dell’esistenza di Helen, ma adesso sì, e così lo sa il Narratore, e quella vocina nella testa che ha continuato a ripeterci che il Narratore di questo racconto non aveva una vita personale, che non c’erano emozioni umane, che questa storia allegorica rispondeva semplicemente ad uno schema, viene finalmente appagata: stiamo leggendo una storia d’amore. Una storia d’amore!»
E qui il racconto potrebbe chiudersi, se non che Barthelme è Barthelme e con un colpo di reni compie un ultimo salto che rende questo racconto un capolavoro.
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