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Il concerto è interrotto

aprile 7, 2010

Questo pezzo è uscito sulla rubrica curata da Stefano Catucci per il settimanale Romac’è.

di Stefano Catucci

Spopolano su youtube le immagini del concerto interrotto al Pantheon domenica 28 febbraio: 10.000 visioni al giorno, links dai maggiori quotidiani on-line. Se uno spettatore non avesse postato il video l’episodio non sarebbe mai diventato una notizia. Ora, invece, le autorità sono state costrette a reagire. Il Ministro Bondi ha scritto una lettera ai vocalisti russi del Bach Consort scusandosi «per l’inqualificabile comportamento di alcuni custodi del Pantheon che hanno interrotto platealmente un concerto a motivo della chiusura del monumento» (alle 18 la domenica). Il sottosegretario Giro si è scusato con il sindaco, il Direttore Generale Roberto Cecchi ha annunciato un’ispezione ma ha anche preso atto del mea culpa degli organizzatori (Iter Percorsi Culturali): autorizzato per le ore 16, il concerto è stato pubblicizzato per le 18 ed è iniziato intorno alle 17. Nel video (c’è anche una versione lunga), sugli applausi che chiudono un brano una custode si avvicina al palco con passo deciso e annuncia al microfono la fine del concerto, invitando i presenti a uscire. Di fronte alle furiose proteste del pubblico la donna si sbraccia come un direttore d’orchestra per far sgombrare il palco e un suo collega cerca di placare i tumulti con un’involontaria allusione musicale: il suo «siamo in una chiesa signori» ricorda Scarpia nella Tosca («un tal baccano in chiesa»). La scena è brutta, il modo atrocetemente romano, ma la vicenda è anche sufficientemente confusa da richiedere un giudizio meno viscerale. La diffusione di iniziative musicali in luoghi monumentali della città sta generando un fenomeno culturale interessante che non può trascurare, però, condizioni concrete come gli orari di apertura e la disponibilità del personale a compiti nuovi, non regolamentati. D’altra parte leggendo i resoconti è impossibile capire quale concerto sia stato interrotto. Per il Tgcom mancavano «4 minuti della sinfonia», per il Corriere della Sera si trattava di un «quintetto d’archi russo» che eseguiva Vivaldi, per altri restava in programma «l’ultimo movimento di Vivaldi». Su youtube si vede un quartetto vocale con basso continuo realizzato da archi e clavicembalo che esegue un mottetto di Bach (Lobet den Herrn) e a cui (forse) mancava di eseguirne uno di Vivaldi, In exitu Israel, in effetti molto breve. Finché però la musica resta fuori dalla notizia, finché si parla a vanvera di sinfonia o di quintetto d’archi, come stupirsi che qualcuno possa concepire l’idea di interrompere un concerto? Bisognerebbe ringraziarli, i custodi del Pantheon, per aver atteso la fine del mottetto di Bach prima di cacciare il pubblico. Nessun rispetto culturale li obbligava a tanto.

La scomparsa del Graal

marzo 29, 2010

Sulle possibilità dell’archivio, la frammentazione della memoria, la nostalgia e il suo superamento. Intervista a Marco Giusti apparsa su Link 7.

di Fabio Guarnaccia

Più grande è l’archivio, più forte è il bisogno di dare senso ai frammenti. Questo è il lavoro di un autore-guida come Marco Giusti, creatore di Blob, Cocktail d’amore e Stracult tutti programmi che hanno a che fare con la memoria e il gusto dello spettatore. Oggi, però, il web mette in discussione questo ruolo. I frammenti cine-televisivi diventano accessibili a tutti in numero potenzialmente infinito; spettatori privi di consapevolezza storica accedono a questa raccolta, la usano, commentano e la rimontano senza più alcuna guida. È un bene? Un male? Sono domande che hanno ancora senso?

Partiamo da Blob e dal tuo rapporto con l’archivio televisivo.
In realtà tutto parte dall’amore per il cinema, più che per la tv. Quando affidi un programma a gente come me o Freccero, è inevitabile riportare a galla vecchi film e vecchi programmi tv come fossero cose nuove, perché siamo anche storici del cinema e della tv. Faccio un solo esempio. Quando i Cahiers du cinéma rileggevano John Ford agli albori della Nouvelle Vague, lo rendevano vitale per il presente e il futuro. Lo stesso fa oggi Quentin Tarantino quando rilegge Sergio Leone, gli spaghetti western o i vecchi film di kung fu: li rende vitali per oggi e «progetta»
il loro futuro con un nuovo linguaggio cinematografico. In qualche modo la nostra piccola rivoluzione dentro Blob è stata quella di riprenderci il materiale sia della Rai sia del cinema, e renderlo vivo per il momento stesso. Quando per spiegare un fatto politico inserivo un vecchio film o una vecchia battuta non facevo che trasformare quel frammento in un momento di «culto» per il presente. Cosa che i ragazzi capivano al volo e rielaboravano come loro stessi culti cinematografici attuali. Un atteggiamento molto sofisticato rispetto alla tv che si faceva allora. Blob è stato un progetto forte proprio grazie al suo approccio cinéphile e alla rimasticazione della tv del presente come fosse un racconto cinematografico. Ha usato il materiale tv vecchio come fosse vecchio cinema, da riprendere e rimettere in moto. Ecco, anche adesso che faccio Stracult il lavoro è simile. Stracult vive, oltre che sui ricordi del vecchio attore trovato chissà dove, sulle sue apparizioni televisive o su film assurdi, che diventano materiale nuovo per uno «straculto» attuale. Blob aveva però anche un carattere educativo: voleva spiegare cos’era la tv giorno per giorno, cioè il presente.
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Essere altro

dicembre 24, 2009

Questo articolo, in forma ridotta, è uscito ieri 23 dicembre sul quotidiano Il manifesto

di Giorgio Vasta

In questi giorni di semiotiche febbrili concentrate su un unico fenomeno – Berlusconi colpito al volto da Massimo Tartaglia con un souvenir del Duomo di Milano – per ogni segno è stato individuato un simbolo e ogni simbolo è stato connesso a un altro simbolo per comporre, nell’insieme, il rebus di ciò che è accaduto, e l’eventuale soluzione del suo significato. In alcuni momenti la sensazione è stata quella di avere a che fare con un’ermeneutica impazzita, con l’ostinata ricerca di un’allegoria interna all’episodio, o per lo meno di una metafora esplorabile. Si tratta di tentativi di lettura comunque legittimi e indispensabili per provare a comprendere, dal particolare, qualcosa di più ampio. E se è del tutto naturale che in questi casi il nostro sguardo si focalizzi sul centro dell’immagine – il corpo di Berlusconi, il suo volto ferito – è ugualmente utile far lavorare anche la coda dell’occhio per andare in cerca di ciò che si colloca più in là, al margine, confuso e defilato, per quanto drammaticamente decisivo nel determinare ciò che è successo: il corpo di Massimo Tartaglia. Ed esattamente il momento in cui, nel brulichio della folla, Tartaglia solleva il braccio destro, lo carica facendolo oscillare un paio di volte nell’aria e poi scaglia contro Berlusconi il suo proiettile di pietra. Questa immagine – che ognuno di noi ha assorbito, in televisione o in rete, al ralenti o in un fermo immagine – ha attivato l’equivalente della coda dell’occhio nell’ambito del ricordo, una sorta di “coda della memoria”, facendomene venire in mente un’altra e generando così una rima, sia di struttura sia di senso. Un’alternativa pratica e politica.
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