Novembre 13, 2009 di cristiano de majo
Con questo post su Midway, ultimo lavoro del fotografo Chris Jordan, si apre la collaborazione di Fabio Severo con minima & moralia. Fabio è fondatore e autore del blog hippolytebayard, uno spazio che ospita interessanti ragionamenti sulla fotografia contemporanea e interviste esclusive con alcuni dei protagonisti. Ci sembrava importante aprire un canale di comunicazione con questa forma espressiva anche perché le speculazioni sulla fotografia e, più in generale, sullo statuto delle immagini sembrano avere l’incredibile capacità di dirci dove ci troviamo.
di Fabio Severo

Questa fotografia mostra gli oggetti di plastica rinvenuti nello stomaco di un giovane albatross di Laysan, raccolti e disposti dalla dott.ssa Cynthia Vanderlip, Division of Forestry and Wildlife, Hawaii.
Foto: Rebecca Hosking/Philosophical Transactions of the Royal Society
Atollo di Midway, “a più di duemila miglia dal continente più vicino”, alcune settimane fa.
Carcasse di piccoli di albatross fotografati come reperti investigativi, la stessa immagine per ogni animale morto, la più triste forma di tipologia fotografica. Dentro ciò che è rimasto di questi uccelli, e dove una volta c’era il loro stomaco piccoli oggetti di plastica dai colori sbiaditi formano composizioni astratte, racchiuse dallo scheletro degli animali. Questo è Midway, l’ultimo lavoro di Chris Jordan, una documentazione del disastro ambientale che sta accadendo in “uno dei più remoti santuari marini”, vicino a ciò che è stata chiamata la Great Pacific Garbage Patch, un vortice di spazzatura al centro dell’Oceano Pacifico del Nord che si stima sia diventato grande almeno quanto lo stato del Texas.
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Tag: Albatross, Chris Jordan, Fabio Severo, Fotografia documentaria, Great Pacific Garbage Patch, Hippolyte Bayard, Midway, Paolo Pellegrini
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Novembre 12, 2009 di giorgiovasta
Questo articolo è apparso nell’aprile del 2009 nel numero 491 di Abitare. Il progetto del quale si racconta è di Cherubino Gambardella e le foto di Beppe Maisto.
di Giorgio Vasta
Una torre di guardia, nel Cinquecento, era soprattutto un’architettura dello sguardo. La necessità era quella di edificare un amplificatore ottico, qualcosa che servisse non tanto a essere percepito quanto a percepire. L’esposizione della struttura, la sua aperta visibilità – per quanto magari avvertita dagli stessi architetti come ingombrante – era inevitabile. Una sommità, una rocca, in ogni caso una frastagliatura di costa in rilievo, erano il contesto naturale e necessario per la costruzione della torre. Visibili da chi arrivava dal mare, ma di questo ci si doveva fare una ragione (del resto, se si pensa ai fari, ci si può rendere conto che esistono anche torri narcise ed esibizioniste); quello che più contava era avere una piattaforma adeguata alla costruzione di una macchina dello sguardo, un luogo di tensione oculare funzionale agli avvistamenti di tutto ciò che, a torto o a ragione, potesse venire configurato come «altro» (e dunque, essendo l’invenzione della minaccia che arriva da lontano un dispositivo di decifrazione della realtà sicuramente anteriore alla concezione di qualsiasi torre, questo “altro” non poteva che coincidere con un nemico).
Nello stesso periodo in cui i grandi formalizzatori della percezione ottica, da Galileo a Keplero, sviluppano i propri studi e si annettono nuovi spazi di conoscenza, sopra Amalfi, ad alcune centinaia di metri dal centro abitato, sfruttando una primitiva pianta longobarda, viene edificata la torre dello Ziro, vale a dire uno strumento ottico rudimentale eppure, a suo modo, raffinatissimo, un telescopio di pietra, un cannocchiale in muratura, in ogni caso qualcosa che deve servire a elevare a esponente ennesimo le capacità dell’occhio umano. Perché la logica è sempre la stessa: nel momento in cui lo sguardo diventa strumentale – a imitare la prospettiva divina, alla scienza o, come nel caso della torre dello Ziro, alla difesa – allora occorre costruire un congegno che lo sostenga, un supporto che lo estrofletta nello spazio esterno, sia esso la guglia di una cattedrale gotica, il periscopio di un sommergibile (quando le profondità marine diventano un cielo subacqueo) o una fortificazione a precipizio su un dirupo.
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Tag: Abitare, Beppe Maisto, Cherubino Gambardella, Giorgio Vasta, la macchina dello sguardo, torre di guardia
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Novembre 11, 2009 di Nicola Lagioia
di Piero Gobetti
Ho riletto recentemente il celebre Elogio della ghigliottina di Piero Gobetti, pubblicato su La rivoluzione liberale nel novembre del 1922, all’indomani della marcia su Roma. Temo che, per certi versi, l’analisi e le riflessioni di Gobetti (allora appena ventunenne) siano purtroppo ancora attuali. Così, mi sembra utile sottoporre ai lettori di minima&moralia questo brano d’antologia scaturito da una delle menti più illuminate comparse nella storia recente del nostro Paese.
Il fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure.
La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il nostro antifascismo prima che un’ideologia, è un istinto.
Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antichi, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo letterario dei cristiani, delusione di ottimisti. La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti.
Temiamo che pochi siano così coraggiosamente radicali da sospettare che con queste metafisiche ci si possa incontrare nel problema politico. Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso un insolente realismo obbiettivo.
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Tag: Benito Mussolini, Elogio della ghigliottina, fascismo, Italia, marcia su Roma, Piero Gobetti, Rivoluzione Liberale, Storia d'Italia
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Novembre 9, 2009 di cristiano de majo
di Cristiano de Majo
1. Avevo cominciato a interessarmi al caso MFX quando il video 2girls1cup (due ragazze una coppa) aveva travalicato i confini degli appassionati di coprofilia diffondendosi in modo virale come spettacolo di massa e alimentando il chiacchiericcio sulla rete, la curiosità delle comunità virtuali, tutto un catalogo di reazioni a quella che sembrava un’esperienza inedita ed estrema nel campo del visibile. Nel video, che è in realtà un trailer del film Hungry Bitches (puttane affamate), due ragazze, una bionda e una mora, iniziano a baciarsi e a toccarsi in una stanza.
Sembrerebbe l’inizio di una canonica scena lesbo, ma questa normalità – il già visto – subisce una deviazione inaspettata quando l’inquadratura mostra una delle due, la bionda, defecare in un bicchiere – la coppa del titolo – tenuto in mano dalla mora. Il risultato è perfetto e plastico come un sundae di McDonald’s e, come un gelato, il prodotto viene leccato e mangiato, prima dall’una, poi dall’altra, le quali con un coraggio da leoni si baciano con le bocche tutte sporche, scambiandosi da bocca a bocca resti del prodotto, per arrivare infine alla scena in cui ultra-disgustate vomitano sul prodotto, ma non contente, e, con tutta evidenza, imbeccate dal regista, ricominciano a leccare il prodotto ormai ricoperto del loro stesso vomito per concludere con reciproche vomitate – una nella bocca dell’altra – a ripetizione.
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Tag: 2girls1cup, Bill Viola, Cristiano de Majo, Hungry Bitches, Marco Fiorito, Maria De Filippi, MFX, Museum Photographs, redazione, Reverse television, Thomas Struth, trasmissione, tronisti, Troppi paradisi, Uomini & donne, Walter Siti
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Novembre 6, 2009 di minimaetmoralia
di Carlo Mazza Galanti
Probabilmente Philippe Forest non sarebbe diventato uno dei più interessanti, intensi e coinvolgenti romanzieri francesi della sua generazione. Probabilmente avrebbe continuato senza interruzioni la sua brillante carriera accademica; avrebbe continuato a interpretare con raffinata intelligenza l’opera di Sollers, di Proust e dei surrealisti, a disegnare con applicazione certosina mappe tematiche intorno ai romanzi di Butor e Robbe-Grillet, per consegnare infine i risultati delle sue ricerche ai colleghi di Cerisy o ai tipi di piccole edizioni universitarie. Probabilmente: se la sua vita non fosse stata sconvolta da un dolore che quasi nessuno, salvo trovarcisi dentro una volta per tutte, potrebbe impedirsi di ridurre ad una delle tante formule scaramantiche di cui la società offre un campionario inesauribile.
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Tag: autobiografia, Carlo Mazza Galanti, L'amore nuovo, lutto, Philippe Forest, Soseki, Yosuke Yamahata
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Novembre 5, 2009 di minimaetmoralia
di Carlo Mazza Galanti
«Ogni nuovo libro aggiunge un cerchio ai precedenti. Ne costituisce la somma e contemporaneamente crea una specie di spirale che ci conduce più in là, ma sempre facendoci passare per gli stessi punti»: sono le parole del narratore di Per tutta la notte, il secondo dei quattro romanzi autobiografici pubblicati fino ad oggi (i primi tre tradotti in italiano da Alet) da Philippe Forest. Il centro di questi cerchi concentrici, ciò che ha fatto di Forest, già prolifico saggista e critico letterario, uno dei più coinvolgenti (e sconvolgenti) narratori degli ultimi anni è un evento che sfida la parola, che scoraggia ogni dire e che taglia fuori dal mondo chi, come i protagonisti dei suoi romanzi, non ha potuto fare altro che assistere impotente al vuoto che si apre improvvisamente nella propria vita. Una bambina, una figlia di quattro anni che muore di cancro sembra appartenere a un dominio di fatti destinati all’emarginazione e al silenzio: una tragedia privata, una brutta cosa a cui la gente preferisce non pensare. O altrimenti alla peggiore delle pornografie: quella del patetico, del dolore oleografato, anestetizzato e somministrato. Che altro non è, a sua volta, se non la più efficace e insinuante delle strategie di emarginazione e di rimozione sociale di quello stesso dolore che si pretende di rappresentare.
L’opera di Forest non ha nulla dell’esorcismo, della compensazione, della consolazione. A maggior ragione si oppone alla «denegazione» del male, del negativo, della sofferenza, che pare costituire la principale risorsa del vitalismo esasperato di cui si alimentano la voracità del consumo e la grottesca euforia dello spettacolo. Assomiglia piuttosto all’opera delicata di un equilibrista: di pesi, di vuoti e di vertigini si compone la sua prosa misurata, pulita, eppure così precaria, e capace, quasi di sorpresa, di commuoverci e di scioccarci. Combinazioni di parole apparentemente impossibili suggeriscono, dietro una profonda padronanza degli strumenti della scrittura e del pensiero, l’ombra di un carico trasportato senza ostentazione e senza vergogna. Un carico diventato un «incarico» : l’obbligo di dire, nonostante tutto, quello che non si deve e non si può dire : «Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della nostra vita. Non ce ne sarà un altro uguale. Qualsiasi cosa riservi l’avvenire non staremo mai più tutti e tre insieme. E anche la routine angosciante delle cure, il terrore ripetuto degli esami, non li conosceremo mai più. Quella dolcezza nell’orrore ci sarà preclusa» (Tutti i bambini tranne uno, Alet).
Come i cerchi concentrici, che allargandosi diventano sempre più inclusivi e sempre meno calcati, col passare degli anni i libri di Forest si fanno più tersi, più meditativi e più obliqui. Sarinagara (l’ultimo dei romanzi tradotti in italiano) un romanzo critico-filosofico, un viaggio interiore nella cultura e nella letteratura giapponese, sopporta, nella sua apparente tranquillità, tutta la pressione dei primi due libri. E ne distilla una specie di essenza mentale, quella particolare tonalità di bianco che apre il romanzo, o quella congiunzione (Sarinagara significa «eppure») che sospende la sintassi e la consegna all’ «esperienza», per usare una parola cara a Forest.
In queste sospensioni intermittenti, in queste improvvise schiarite, anche nelle situazioni più disperate, troviamo, a rifletterci, la bellezza e il tratto comune di tutti i suoi libri. Che altrimenti appaiono molto diversi, opera di uno scrittore colto ed eclettico, di un prosatore versatile e di un autobiografo «militante», refrattario ad ogni forma di egotismo e di narcisismo, ad ogni irrigidimento e spettacolarizzazione dell’io.
La violenza dell’intimo, a tratti (soprattutto nel primo romanzo) quasi opprimente, si giustifica, nella pagine di Forest, in questa volontà che potremmo anche chiamare «politica» se non fosse prima di tutto e sostanzialmente poetica: nella ferma decisione di non dimenticare, nella missione solitaria di restare fedeli, nonostante tutto, alla dolcezza di quell’orrore.
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Novembre 4, 2009 di giorgiovasta
Questo testo è uscito sul numero 7 della rivista Mono, edita da Tunué, ed è stato trasformato in un’istallazione durante il Festival di Arte e Cultura Contemporanea tenutosi a Prato dall’1 al 4 ottobre. Qui i dettagli.
di Giorgio Vasta
La scorsa estate, in giro per i quartieri di Palermo, mi sono imbattuto in una festa di piazza. Una specie di processione che mobilitava tanta gente. Tra i penitenti, il carro con il Cristo, i dolci e le famiglie ho notato un bambino di tre quattro anni che stringeva nel pugno un filo di nylon semi-invisibile. Ho seguito il filo con lo sguardo e in cima, barcollante sopra le teste della folla, c’era Berlusconi. Un palloncino a forma di Berlusconi. Il suo viso, il suo sorriso, la stempiatura, il naso a patata un po’ pronunciato, un rosso clownesco intorno alle labbra. Gli occhi neri con un lampo bianco al centro della pupilla. Ce n’era solo uno, di questi palloncini, ed è stato sufficiente perché nel giro di qualche minuto, continuando a vagare per la festa senza mai perdere d’occhio Berlusconi gonfio d’elio – il suo impulso verso l’alto contrastato dalla presa ferrea del bambino che stringeva il filo – mi sono reso conto di qualcosa.
Mi sono reso conto che l’Italia è un paese antigravitazionale. Una capsula spaziale all’interno della quale nulla, mai, mai più, ha facoltà di cadere. Di ac-cadere.
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Tag: berlusconi a elio, Giorgio Vasta, gravità, Italia antigravitazionale, Palermo, palloncini
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Novembre 2, 2009 di francescolongo
di Francesco Longo
(Apparso sul Riformista)
«“Ti racconto una storia”, dice Carver a Hopper. “È un’immagine che ho avuto. Non so se è una storia che si può definire realmente tale. Potrebbe essere una poesia. Forse un giorno la scriverò, e potrebbe essere un racconto breve quanto una poesia”. “L’ascolto con piacere”, dice Hopper».
L’incontro tra lo scrittore del cosiddetto minimalismo americano Raymond Carver e il pittore del cosiddetto realismo americano Edward Hopper non è mai avvenuto nella realtà. Ma sappiamo che la letteratura è una delle più raffinate forme di estensione del reale. Se qualcosa accade in un libro possiamo ancora dire con assoluta certezza che non è mai accaduto? Ebbene, da oggi, questo incontro plausibile, seppure storicamente fallito, in un certo senso c’è stato.
Aldo Nove ha appena pubblicato un libro che si intitola Si parla troppo di silenzio. Un incontro immaginario tra Edward Hopper e Raymond Carver (Skira, pp. 78, euro14) in cui racconta l’incontro tra lo scrittore e il pittore. Appuntamento mancato per un soffio, visto che si trovavano entrambi in California, negli stessi mesi del 1958, ma si sfiorarono. Aldo Nove, ex-cannibale, autore di Superwoobinda (1998), di Amore mio infinito (2000), di Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese (2006) e di altri libri, ci dà la possibilità di assistere a questo contatto tra due giganti e lo fa in una narrazione pienamente riuscita. Nella prima scena vediamo Hopper («L’uomo con il Borsalino è Edward Hopper. Famoso per i suoi silenzi e per i suoi quadri»), e la moglie (anche lei pittrice, modella sempre presente nei quadri del marito). I due vengono presentati così: «Una coppia che per l’America, di tanto in tanto, scorrazza in cerca di tagli di luce, di angoli di case». Si fermano in un locale dove stanno parlando due uomini: «Il ragazzo sui 20 anni con la camicia a scacchi si chiama Raymond Carver».
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Novembre 1, 2009 di Nicola Lagioia
Metto in rete la prefazione che scrissi tempo fa per Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato di Francis Scott Fitzgerald.
di Nicola Lagioia
Nonostante il proliferare delle cattrede di creative writing, niente mi toglie dalla testa che la migliore scuola di scrittura disponibile sia la lettura consapevole dei classici e un duro lavoro su di sé. Il che significa interrogare senza tregua il proprio talento, mettendolo continuamente a confronto con quello di chi ci ha preceduti. Non è un esercizio a buon mercato, perché avvicina al terribile concetto dell’invalicabile (come sentirsi al cospetto di un Assalonne, Assalonne!, di un’Albertine scomparsa, di un Tenera è la notte?) e soprattutto – cosa forse ancora più terribile – perché costringe tanto aspiranti scrittori quanto poeti laureati a fare i conti con i limiti superabili: ovvero, ciò che potremmo fare ma ancora non facciamo per rendere la nostra scrittura migliore e degna di essere letta. Si tratta, in definitiva, di mettere continuamente in discussione la propria vita.
Questa raccolta di frammenti di Francis Scott Fitzgerald – estratti dalla fragile stupefacente bellezza delle sue opere e dalla sua vita epistolare (non meno tormentata dell’altra) – è una testimonianza molto efficace di questo perenne travaglio esistenziale. Credo possa tornare utile a chi vuole fare letteratura per capire ancora una volta quanto sia lastricata di sudore e irrequietudine la strada che porta alla realizzazione di un buon romanzo, traendone (se si leggono queste pagine in modo davvero intelligente) non scoramento ma coraggio. È forse utile anche agli editori non ancora malati di cinismo per ricordare loro che differenza passa tra i risultati da Blockbuster di un John Grisham e, rendiconti alla mano, le circa 40 copie vendute complessivamente da Fitzgerald nel suo ultimo anno di vita. Sicuramente queste pagine torneranno poi preziose a quei lettori già così fortunati da possedere la sensibilità necessaria ad amare romanzi quali Tenera è la notte o Belli e dannati, e in più desiderosi di dare un’occhiata nella bottega dello scrittore.
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Tag: Francis Scott Fitzgerald, Nicola Lagioia, Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, prefazione, scrittura
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Ottobre 30, 2009 di tizianaloporto
Questo intervento di Tiziana Lo Porto è apparso sulla rivista XL nell’aprile del 2007. Ve lo proponiamo oggi perché ricorre l’anniversario dello storico incontro a Kinshasa, nello Zaire (30 ottobre 1974), in cui Muhammad Ali batté George Foreman riconquistando il titolo mondiale.
di Tiziana Lo Porto
La prima cosa è la bellezza. Una bellezza talmente folgorante che a metà anni settanta portò il grande scrittore americano Norman Mailer a iniziare così il suo Il combattimento (Baldini Castoldi Dalai 2000): «Provi sempre una forte impressione quando lo vedi. Non dal vero come in televisione ma in piedi davanti a te, nella sua forma migliore. Allora il Più Grande Atleta del Mondo rischia di essere il più bell’uomo d’America, e un vocabolario iperbolico rischia di fare la sua comparsa».
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